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Intelligenza artificiale in azienda: da utilizzare con intelligenza (non artificiale)

L’avvento dell’intelligenza artificiale sta già cambiando le nostre abitudini e il nostro modo di lavorare.
Gli strumenti di AI sono sempre più integrati in software e applicazioni, senza dimenticare assistenti virtuali come ChatGPT, Gemini o Copilot.
Una tecnologia affascinante e ormai alla portata di tutti, anche nei costi.

La stampa e gli opinionisti oscillano tra entusiasmi che descrivono l’AI come la panacea di tutti i mali e visioni catastrofiste che la dipingono come l’inizio della fine, con scenari dominati dalle macchine a discapito dell’uomo.

In mezzo a questo bombardamento di informazioni ci sono le aziende e i loro collaboratori, spesso privi delle competenze per orientarsi davvero.

Di recente, in una grande azienda, un manager mi ha detto: «Io ormai le relazioni le faccio solo con ChatGPT».

La mia reazione da giurista e formatore è stata spontanea: «Ha verificato le fonti citate? Ha evitato di inserire dati personali? Utilizza la versione gratuita o a pagamento? Sa come interrogare correttamente l’AI?».

Sono domande apparentemente banali, ma che mostrano come non esistano cattive tecnologie: esistono piuttosto utilizzatori inconsapevoli. Il manager, infatti, un po’ stranito, dopo avermi guardato come se fossi un matto, si è reso conto che a quelle domande banali non sapeva in effetti rispondere.

Il problema, però, non è del singolo manager. È delle aziende che spesso sottovalutano l’impatto di queste tecnologie. Molte ignorano persino l’esistenza di un quadro normativo specifico: l’AI Act europeo, approvato nel 2024 e destinato a entrare gradualmente in vigore entro il 2026, e i progetti normativi nazionali che lo completeranno.

È proprio di oggi infatti la notizia che l’Italia sta per varare una norma proprio sulla AI e su alcune sue particolarità.

Concetti chiave come governance dell’AI, alfabetizzazione digitale, sistemi ad alto rischio non sono ancora diffusi quanto dovrebbero.

Il termine alfabetizzazione è cruciale. Non equivale a “formazione”: alfabetizzare significa dare le basi per comprendere e usare la tecnologia, proprio come un bambino impara l’alfabeto per formare le parole.

Eppure, molte aziende si limitano a corsi online con slide generiche, talvolta generate dalla stessa AI, senza verificare se i contenuti vengano davvero assimilati o se il corso non resti aperto sullo schermo mentre si fa altro.

Servirebbe invece un investimento in vera alfabetizzazione: formazione interattiva con docenti in grado di stimolare il confronto, generare consapevolezza e trasformare un obbligo in vantaggio competitivo.

Ed è qui il punto cruciale: creare governance, linee guida e percorsi di alfabetizzazione non deve servire solo a evitare sanzioni o contenziosi. Deve servire a rendere l’azienda più competitiva, sfruttando al massimo la tecnologia senza subirla.
Chi saprà strutturare l’uso dell’AI avrà performance migliori rispetto a chi non lo farà. Eviterà errori gravi, anche sul piano legale: violazioni della privacy, del diritto d’autore o della segretezza aziendale.

Lasciare l’uso dell’AI senza regole equivale ad avere una macchina sportiva e tenerla ferma in giardino.

Un investimento, dunque, in ottica di massimizzazione delle risorse.
Spero che quel manager, un giorno, possa dirmi: «Uso ChatGPT in modo sicuro, la mia azienda mi ha formato correttamente e grazie a questo risparmio ore di lavoro aumentando la qualità».

L’intelligenza artificiale non è il futuro, è il presente. Sta alle aziende decidere se subirla o governarla, costruendo — con intelligenza non artificiale — il futuro dell’intelligenza artificiale.


Author: Lorenzo Baldanello

Legal expert. Collaborates with The Deeping on law-related articles